Sentirsi o non sentirsi in dovere di scrivere? È questo il punto.
Mi dirigo flessuosa verso l’ultima sillaba su cui inciampo per caso, poiché come diceva Montale incespicare, incepparsi è necessario alla lingua, per ravvivarla, per far sì che non si veli di polvere, che non diventi fossile, per scuoterla dal suo torpore.
In un messaggio passato inosservato ho detto che la grammatica è la chiave di accesso alla bellezza, copiando lettera per lettera un passo dall’eleganza del riccio. Questo romanzo mi sta facendo scoprire il piacere di leggere storie , di assaporare l’inventiva ,unito al fastidio che provo alla vista dei pensieri impressi sulla pagina che potrebbero essere miei.
Mi sento in un certo senso derubata. È un’impressione non propriamente positiva ma neanche del tutto negativa, se la si associa a un’opera letteraria o musicale. Assisti alla sublimazione d’idee che non hai avuto modo di fermare su carta certificata, vagliata dall’editoria.
A proposito dello scrivere riconosco la piacevolezza di tracciare molteplici frasi definite che intersecandosi danno forma a gomitoli di parole, con un inizio e una fine dunque, accumulo di filo morbido provvisto di compiutezza di significato.
Mi è capitato di scrivere in un passato non così remoto componimenti senza capo né coda, solo con la parte centrale prominente come una grossa pancia o muniti di testa senza corpo. Il corpo del testo appunto era diventato inesistente o inutile maceria, come scoria del tempo, spazzatura ammonticchiata in un angolo, lasciata alle intemperie, alla volubilità del caso.
Ora che tutto sembra essere pregno di senso non so se essere soddisfatta: Molta spontaneità è passata a miglior vita, manca quella strana volontà creatrice dei controsensi più aspri e genuini, la scrittura automatica ormai è solo un esperimento da compiersi a mente distaccata, resa gelida, artificialmente coscienziosa.
Anche in quelle rare occasioni di sbrigliamento mentale ciò che si estrae è indubbiamente logico, limpido, non intriso di inconscio, non scosso dai sussulti dell’animo, non oscuramente intrigante.
Vorrei ritornare alla primitività? È davvero questo che desidero? Non so rispondere, è come se volessi rivivere la verginità intellettuale, letteraria, leggere come se fosse la prima volta i libri che ho tanto amato.
O non leggere affatto, e scrivere come fossi un’isola incontaminata dalle letture e dalle riflessioni altrui.
Per come conosco me stessa è difficile immaginarmi non immersa in un libro.
mi sorprendo con il capo che risale in superficie di tanto in tanto a contemplare ciò che mi si è parato davanti e che adesso si dispiega nella mia testa con parole nuove. Sono più attratta dai flussi di coscienza ispirati piuttosto che da quelli aridi della concretezza e della realtà più cruda e schietta.
È indispensabile l’apporto della letteratura in tutto questo, sarò sempre un angolo di universo volto alla contaminazione e alla pluralità degli stimoli.
Risalgo così all’immediatezza delle prime poesie.
La poesia è stato un tentativo primordiale di seminare tracce di me, stille di emozioni appena abbozzate.
Non disponevo ancora dei mezzi linguistici adeguati all’espressione sentimentale che non fosse solo uno sfogo istintivo e sanguigno, un disegno a mano libera dal tracciato vacillante e la colorazione incerta.
C’era l’intenzione, tutta la sostanza emotiva incandescente alla quale era arduo dare forma . Non capivo la direzione da prendere, ero sgrammaticata e confusionaria, quasi avessi tutto il cibo del mondo e una bocca senza denti.
Dopo pochi anni ho sfiorato l’orlo dell’abisso, cimentandomi in una sorta di autobiografia trasfigurata, non avendo molto materiale sulla mia vita ordinaria ho pensato bene di costruire una storia e un personaggio inventandomi di sana pianta le sue vicende. Perfino ora sarei tentata di fare lo stesso, sento di non avere un’esistenza che valga la pena di essere stesa su carta,sebbene la analizzi sezionandola più o meno decentemente anche su questo blog,
per quale oscuro motivo dunque dovrei iniziare un resoconto fedele della mia vita? In modo che abbia un inizio e una fine non scontati ma sufficientemente autentici?
La narrazione è un lavoro, per questo se è vero che chi lavora (intendo lavoro intellettuale) non vive e chi vive non lavora sono fermamente convinta di non aver vissuto abbastanza e neanche di aver lavorato abbastanza.